Tre o quattro lumache, per diverse mattine, ingoiate quasi vive e bavose, senza guscio, appena pulite. Così nelle campagne romagnole il malato di stomaco cercava di «saturare» l'ulcera con la vischiosità dell'animale. Lo racconta un libro di memorie contadine stampato a Rimini nel 2002, e aggiunge: qualcuno lo fa ancora. In Lunigiana, a Vignola di Pontremoli, la lumaca viva senza guscio era il rimedio per l'ulcera, e la bava «andava a cicatrizzare la lesione interna». La tradizione è documentata. Il rimedio è vivo. Va detto cosa c'è dentro.
Dentro c'è il muco. Il muco di Helix contiene glicoproteine, allantoina, mucopolisaccaridi; su questi esistono lavori in provetta e sull'animale, e un mercato di creme e di sciroppi. Non esiste uno studio sull'uomo che mostri una gastrite o un'ulcera guarite da una lumaca ingoiata, né dalla bava bevuta. Chi lo scrive, di regola, vende il prodotto. L'ulcera peptica ha oggi una causa nota, il batterio Helicobacter pylori, e una terapia che lo elimina. Il muco resta una tradizione.
Dentro può esserci altro. Angiostrongylus cantonensis è un nematode che vive nei polmoni del ratto. Il ratto lo espelle con le feci, la lumaca, con il guscio o senza guscio, cioè la limaccia, le mangia, la larva si annida nel mollusco. Chi mangia il mollusco crudo è per il parassita un ospite senza uscita: la larva sale al sistema nervoso e lì muore, e la reazione a quella morte è una meningite a eosinofili, con una cefalea che dura settimane, formicolii, a volte paralisi. È la prima causa di meningite eosinofila nel mondo, con focolai nel Sud-Est asiatico, nel Pacifico e nei Caraibi, come riassume la revisione di Wang e colleghi su The Lancet Infectious Diseases del 2008. A Kaohsiung, a Taiwan, nel 1998 e nel 1999 due focolai colpirono lavoratori thailandesi che avevano mangiato lumache crude. Alle Hawaii un adulto che aveva ingoiato una Achatina fulica cruda finì con una meningoencefalite e la paralisi di un nervo cranico; cinque lumache su nove raccolte sul posto avevano il DNA del parassita.
L'Europa non è fuori. Una revisione sistematica pubblicata nel 2020 sull'International Journal of Infectious Diseases conta ventidue casi europei dal 1988 al 2019, quasi tutti in viaggiatori di ritorno da Polinesia, Sud-Est asiatico e Caraibi; il cibo sospetto più spesso erano gamberi e insalata, dove si nascondono limacce piccole. Un caso solo è autoctono: una donna di 54 anni a Parigi nel 2016, che non era mai stata in area endemica. Il parassita intanto si è insediato nei ratti di Tenerife, poi alle Baleari e nella Spagna continentale, con trasmissione all'uomo finora documentata poco. In Italia non risulta un caso da lumache di terra. Il rischio ha però un volto. Sam Ballard, Sydney, 2010, diciannove anni, ingoiò per scommessa una limaccia da giardino: coma di 420 giorni, tetraplegia, morte nel novembre 2018. Fu una limaccia, non una lumaca con il guscio, e l'Australia è area endemica. Il meccanismo è lo stesso.
Il resto è quello che la lumaca ha mangiato. Si nutre di quel che trova: foglie trattate, esche lumachicide, terra. È il motivo per cui gli allevatori le tengono a digiuno prima di venderle. E c'è una storia che circola: la lumaca brucherebbe la cicuta senza danno e ne accumulerebbe gli alcaloidi, coniina e gamma-coniceina, quelli che uccisero Socrate. La frase compare in una scheda sulle piante velenose dell'Orto Botanico di Bergamo del 2014, senza un riferimento sotto. Nella letteratura medica non risulta un caso umano di avvelenamento da coniina passata per una lumaca. Il passaggio di un veleno vegetale attraverso un animale esiste per un altro caso, il coturnismo, l'avvelenamento da quaglie che in migrazione hanno mangiato cicuta, descritto nel Mediterraneo fin dall'antichità. Per la lumaca, finché una fonte primaria non lo mostra, resta una tradizione riportata.
Cotta, la lumaca è sicura: il calore uccide la larva, e la cucina di mezza Italia lo sa da secoli. Cruda, non cura lo stomaco e può portare nel cervello un parassita che nessun rimedio contadino conosceva. Chi ha una cefalea che non passa dopo aver mangiato molluschi crudi, o al ritorno da un'area endemica, lo dice al medico: la diagnosi passa dal liquor, e la cura dai corticosteroidi e dalle punture lombari ripetute, non dagli antiparassitari, sui quali la letteratura è ancora divisa.
Bibliografia
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