I rischi di una corsa all'oro sottomarina
Nonostante la scienza stia ancora cercando di mappare la ricchezza biologica dei fondali, sono già una trentina i contratti di esplorazione attivi. Il WWF denuncia forti pressioni da parte di aziende e Stati sponsor su un'autorità (l'ISA) la cui indipendenza è spesso finita sotto la lente dei critici.
Il pericolo è concreto: il via libera ai regolamenti estrattivi internazionali potrebbe fare da apripista a trivellazioni selvagge anche in zone vicine alle coste nazionali.
Cosa dice la scienza: i danni documentati
I dati raccolti finora dipingono un quadro allarmante. Gli impatti del mining sottomarino sarebbero:
Devastazione immediata: I test nella Clarion-Clipperton Zone hanno mostrato un calo del 37% della fauna e del 32% della biodiversità appena due mesi dopo i primi prelievi.
Recupero impossibile: Tracce dei danni biologici restano visibili anche dopo 40 anni dalle perturbazioni.
Inquinamento da sedimenti: I detriti sollevati dalle macchine (plumes) possono viaggiare per chilometri, soffocando la vita marina su aree vaste quanto interi stati.
Emergenza Climatica: Smuovere i noduli polimetallici significa liberare enormi quantità di CO2 stoccata naturalmente nei fondali per millenni.
"La scienza parla chiaro: non siamo pronti," afferma Giulia Prato, responsabile Mare per il WWF Italia. "Alterare questi equilibri significa perdere per sempre specie e funzioni ecologiche vitali. Chiediamo al governo italiano e ai membri dell'ISA di scegliere la via della prudenza e sostenere la moratoria."
L'esempio della Norvegia e la necessità di una pausa
Mentre la pressione estrattiva aumenta, alcuni governi iniziano a fare marcia indietro. La Norvegia, ad esempio, ha recentemente sospeso i propri programmi estrattivi proprio per la mancanza di dati scientifici certi. Il WWF ribadisce che fermarsi non è un'opzione, ma un dovere etico e ambientale verso l'oceano e le generazioni future.


