Il 3 aprile 2024, alle 7:58 del mattino, la terra si mosse al largo di Hualien, sulla costa orientale di Taiwan. L’United States Geological Survey misurò magnitudo 7,4, l’agenzia meteorologica taiwanese 7,2 sulla scala locale. Nei parchi scientifici del lato ovest le macchine si fermarono da sole e gli operai uscirono negli spazi aperti. Dieci ore dopo TSMC, la più grande fonderia di chip del mondo, dichiarava che oltre il 70 per cento delle apparecchiature era di nuovo in funzione, più dell’80 nei fab più recenti. Nessuna interruzione di corrente, nessun danno alle strutture, e le macchine per la litografia nell’ultravioletto estremo, le più costose e le più delicate, intatte. Entro il terzo giorno tutte le fabbriche lavoravano. Una parte dei wafer in lavorazione fu buttata, il conto fu di circa 3 miliardi di dollari taiwanesi al netto delle assicurazioni, mezzo punto di margine lordo nel trimestre, previsioni annuali confermate. Il mondo non se ne accorse. Fuori dalle fabbriche i morti furono meno di venti, quasi tutti a Hualien, sotto le rocce cadute nelle gole.
Fu una prova riuscita. Fu anche una prova facile. Hualien sta a est della catena montuosa che divide l’isola. Le fabbriche stanno a ovest, a Hsinchu, a Taichung, a Tainan. E il lato ovest ha una storia sua.
Il 21 aprile 1935, alle sei e due minuti del mattino, una faglia fra Hsinchu e Taichung si ruppe con magnitudo 7,1. L’epicentro fu a Sanyi, nel distretto di Miaoli. I morti furono 3.276, i feriti più di dodicimila. Resta il terremoto più mortale della storia di Taiwan. Quarantacinque anni dopo, nel dicembre 1980, il governo aprì a Hsinchu, a una cinquantina di chilometri da quell’epicentro, un parco scientifico modellato sulla Silicon Valley, accanto alle due università tecniche dell’isola. Nel febbraio 1987 vi nacque TSMC, con capitale del governo e della Philips, sull’idea di Morris Chang di fabbricare chip disegnati da altri.
Il 21 settembre 1999, all’una e quarantasette di notte, la faglia di Chelungpu, nella stessa regione centro-occidentale, si mosse con magnitudo momento 7,6, che l’USGS arrotonda a 7,7 e la scala locale dà come 7,3. I morti furono 2.415, i feriti più di undicimila, i danni 300 miliardi di dollari taiwanesi. Chris Miller, in Chip War, racconta cosa accadde nelle fabbriche. Saltò la rete elettrica, comprese due centrali nucleari. Morris Chang telefonò al governo per avere la corrente prima degli altri. Quattro fab su cinque tornarono in rete in una settimana, il quinto ci mise di più, e il mercato dell’elettronica tornò normale in un mese. Allora TSMC era un fornitore fra altri.
Oggi non lo è più. Nel secondo trimestre del 2026 TSMC ha incassato il 72,5 per cento dei ricavi mondiali delle fonderie di chip, secondo la società di analisi TrendForce, con le linee a 3 e 5 nanometri sature per i server dell’intelligenza artificiale. Il secondo produttore, Samsung, sta sotto il 7 per cento. Le fabbriche di TSMC in Arizona e a Kumamoto coprono una frazione del volume. Miller fa il conto nel libro: se i fab di TSMC scivolassero nella faglia di Chelungpu, le ripercussioni sconquasserebbero l’economia mondiale, e i blocchi della pandemia danno solo una minima idea di quello che farebbe una sola scossa ben assestata. Lo scriveva nel 2022, quando la quota di TSMC era più bassa di oggi.
Le fabbriche moderne non muoiono per il crollo. Sono costruite per il terremoto e nel 2024 lo hanno dimostrato. Si fermano per la corrente che manca, per l’acqua ultrapura che non arriva, per le macchine che vanno ricalibrate una per una. Ogni wafer che sta dentro al momento della scossa va buttato, e un wafer avanzato resta in fabbrica due o tre mesi: si perde un ciclo intero, non un giorno. Chi compra chip tiene scorte da uno a due mesi. Passate quelle, si fermano le linee delle automobili, dei telefoni, dei computer, e per prime quelle dei processori per l’intelligenza artificiale, che escono quasi tutti da Taiwan. Il 1999 fu una settimana di corrente mancata con la quota di allora. Una settimana di corrente mancata con la quota di oggi non si è ancora vista.
E il mare? Taiwan ha due porte per uno tsunami. La prima è a sud, la fossa di Manila, dove la placca del Mar Cinese Meridionale scende sotto le Filippine, a un centinaio di chilometri dalla punta dell’isola. Non ha dato terremoti giganti nella storia scritta, e questo non tranquillizza: è bloccata e accumula. Nello scenario peggiore calcolato da Tso-Ren Wu e Bing-Hong Huang nel 2009, una rottura di magnitudo 9,3 lunga quasi mille chilometri, le onde arrivano a 11 metri sulla costa sud-occidentale; i modelli più recenti, con sorgenti riviste, danno fino a 5 metri per il sud di Taiwan. In ogni caso l’onda arriva in mezz’ora. La seconda porta è a nord-est, la fossa delle Ryukyu. Di là venne l’unico tsunami certo in quattro secoli di documenti taiwanesi: il 18 dicembre 1867, dopo un terremoto di magnitudo 7 davanti a Keelung, il mare si ritirò e tornò a ondate, allagò la costa e uccise centinaia di persone, secondo le stime correnti circa 580.
I parchi dei chip non sono sulla spiaggia. Hsinchu, Taichung e Tainan stanno all’interno, a chilometri dalla costa, sul lato dello Stretto, che è basso e largo e smorza l’onda. Uno tsunami non le allaga. Le colpisce di fianco, attraverso ciò che sta sull’acqua per forza. Il porto di Kaohsiung, il primo dell’isola, da cui entrano wafer, gas speciali e sostanze chimiche e da cui escono i chip. E i terminali del gas naturale liquefatto, a Yung-An vicino a Kaohsiung, a Taichung e dal 2025 a Taoyuan: Taiwan produce con il gas importato circa il 40 per cento della sua elettricità, in salita verso la metà, e tiene una scorta da dieci a undici giorni, secondo il ministero dell’Economia. Se un’onda mette fuori uso i terminali, la corrente manca alle fabbriche senza che la terra abbia toccato una sola macchina. È il 1999 rovesciato: allora la scossa fu a terra e la rete cadde da terra; qui la rete cadrebbe dal mare, e per settimane, non per una.
Qui entra Amitav Ghosh. Nel dicembre 2004, pochi giorni dopo lo tsunami dell’Oceano Indiano, lo scrittore andò nelle isole Nicobare per un reportage e in La grande cecità racconta cosa vide alla base militare indiana dove era atterrato. Gli hangar e i macchinari stavano nell’interno, lontani dall’acqua. Le case degli ufficiali stavano sulla spiaggia, e più alto era il grado più la casa era vicina al mare. Quando arrivò l’onda, la casa del comandante fu la prima colpita. Ghosh scrive che quella base non era frutto di improvvisazione: l’aveva progettata lo Stato, l’avevano approvata ingegneri ed esperti militari. Il sito rifletteva quella che lui chiama la fiducia borghese nella regolarità del mondo, la convinzione che gli eventi molto improbabili appartengano alla fantasia e non alla vita reale.
Lo stesso libro ricorda le tavolette di pietra sulla costa nord-orientale del Giappone, con la scritta: non costruite le vostre case sotto questo punto. Ghosh le colloca sulla costa di Fukushima e le data al Medioevo. La fonte che cita, un reportage di Martin Fackler sul New York Times dell’aprile 2011, le mette ad Aneyoshi, nella prefettura di Iwate, molto più a nord della centrale, e data la stele più famosa al 1933, dopo lo tsunami di quell’anno; delle centinaia di pietre lungo quella costa alcune hanno più di sei secoli. Il senso non cambia. Gli undici nuclei di Aneyoshi che avevano obbedito alla pietra videro l’onda del marzo 2011 fermarsi un centinaio di metri sotto casa. Altrove la costa era stata costruita fino al mare, e sotto le pietre più antiche il Giappone aveva messo una centrale nucleare.
La frase che viene spontanea, che a Taiwan hanno costruito dove non si doveva, non regge. Hsinchu è una città dal Seicento. L’isola intera sta sulla giuntura fra due placche, e chi vive su un posto pericoloso vi costruisce da sempre, perché il posto pericoloso è anche quello buono, con la pianura, l’acqua e il porto. Tokyo, Los Angeles, Napoli stanno dove stanno per la stessa ragione. Taiwan ha fatto quello che fanno tutti e lo ha fatto bene: le sue fabbriche hanno retto una scossa di magnitudo 7,4 in tre giorni.
La follia che descrive Ghosh è un’altra, ed è del mondo, non dell’isola. Il mondo ha lasciato che l’unica fabbrica di una cosa indispensabile stesse sopra una faglia nota, che aveva già ucciso due volte in un secolo, perché così costava meno. Lo sapeva, e lo sapeva per iscritto. Miller riporta che i clienti di TSMC furono informati che gli impianti reggono fino a magnitudo 9, e che dal 1900 nel mondo ce ne sono stati solo cinque di quella forza: l’affermazione non è mai stata messa alla prova. È la casa del comandante sulla spiaggia, ricostruita in scala planetaria e con i conti in ordine. E Ghosh aggiunge il particolare che pesa di più: sulla spiaggia delle Nicobare vivevano i più agiati e i più istruiti. I nativi stavano nell’interno. Chi più si fida della regolarità del mondo, più si mette in prima fila.
Le pietre sono state lette. La faglia è sulle carte. La domanda che resta è chi abbia deciso che l’improbabile non conta, e cosa ci vorrà per ridecidere.
Bibliografia
Miller Chris, «Chip War. La sfida tra Cina e USA per il controllo della tecnologia che deciderà il nostro futuro», Garzanti, Milano, 2023 (edizione originale: «Chip War: The Fight for the World’s Most Critical Technology», Scribner, New York, 2022).
Ghosh Amitav, «La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile», traduzione e cura di Anna Nadotti e Norman Gobetti, Neri Pozza, Vicenza, 2017 (edizione originale: «The Great Derangement. Climate Change and the Unthinkable», University of Chicago Press, Chicago, 2016).
Fackler Martin, «Tsunami Warnings, Written in Stone», The New York Times, 20 aprile 2011.
Hsieh Min-ro, «The Earth Shook at Dawn», Archives of the Institute of Taiwan History, Academia Sinica, Taipei, 2018 (sul terremoto Hsinchu-Taichung del 21 aprile 1935; fonte primaria citata: Taiwan Earthquake Record, Governo generale di Taiwan, 1936).
Yen Ming-Hsuan, Lee Shiann-Jong, Ma Kuo-Fong, «Reconstructed the source rupture and strong ground motions of the 1935 Hsinchu-Taichung Earthquake (ML7.1) in Taiwan», National Central University e Academia Sinica, comunicazione a workshop, 2016.
Chung Ling-Ho et al., «The Maintenance of Earthquake Relics: Example of the Chelungpu Fault Preservation Park in Taiwan», National Museum of Natural Science, Taiwan, 2025 Joint Fall Meeting of Korean Geological Societies, ottobre 2025 (terremoto Chi-Chi del 21 settembre 1999: Mw 7,6, 2.415 morti, danni per 300 miliardi di dollari taiwanesi).
United States Geological Survey, «Strong quake and aftershocks rattle eastern Taiwan», comunicato, aprile 2024 (terremoto di Hualien del 3 aprile 2024, magnitudo 7,4).
TSMC, dichiarazioni del 3 e del 5 aprile 2024 sul ripristino degli impianti dopo il terremoto di Hualien, riportate da TrendForce e da DigiTimes.
TrendForce, classifica delle prime dieci fonderie per ricavi, primo trimestre 2026 (12 giugno 2026) e secondo trimestre 2026 (ripresa da Focus Taiwan/CNA, 10 settembre 2026).
Wu Tso-Ren, Huang Bing-Hong, «Modeling tsunami hazards from Manila trench to Taiwan», Journal of Asian Earth Sciences, 36, 1, pp. 21–34, 2009.
Qiu Qiang et al., «Revised earthquake sources along Manila trench for tsunami hazard assessment in the South China Sea», Natural Hazards and Earth System Sciences, 19, pp. 1565–1583, 2019, accesso aperto. doi: 10.5194/nhess-19-1565-2019
Sun Yu-Sheng, Chen Po-Fei, Chen Chien-Chih, Lee Ya-Ting, Ma Kuo-Fong, Wu Tso-Ren, «Assessment of the peak tsunami amplitude associated with a large earthquake occurring along the southernmost Ryukyu subduction zone in the region of Taiwan», Natural Hazards and Earth System Sciences, 18, pp. 2081–2092, 2018, accesso aperto. doi: 10.5194/nhess-18-2081-2018
S&P Global Commodity Insights, «Taiwan vulnerable to LNG supply risks in the event of a maritime blockade», 30 maggio 2024 (dati del Ministero dell’Economia di Taiwan: gas al 39,6 per cento della produzione elettrica 2023, scorta di 10–11 giorni).
U.S. Energy Information Administration, «Taiwan Analysis Brief», aprile 2026 (terminali di rigassificazione di Yung-An, Taichung e Taoyuan).

