Stampa questa pagina

La caccia nei cebi barbuti svela le radici del consumo di carne nell'evoluzione umana

Stefano Fantini 31 Ago 2026


Uno studio internazionale guida la ricerca sulle abitudini predatorie del cebo barbuto (Sapajus libidinosus), una scimmia sudamericana già nota per l'uso abituale di strumenti di pietra. I risultati della ricerca, pubblicati sulla rivista PLOS ONE, offrono un modello comparativo per comprendere l'impatto che il consumo di piccoli vertebrati ha avuto nelle prime fasi dell'evoluzione umana. L'indagine è frutto di una collaborazione scientifica tra diversi enti, tra cui l'Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr (Cnr-Istc), la Sapienza Università di Roma e il Gorongosa National Park in Mozambico, affiancati da diversi atenei di Portogallo, Brasile, Regno Unito e Cile.

L'indagine raccoglie il più vasto archivio di dati mai pubblicato sulla predazione in questa specie, accumulato in 45 mesi e oltre 5.000 ore di osservazione diretta su due gruppi selvatici a Fazenda Boa Vista, nello Stato del Piauí in Brasile. Durante lo studio sono stati registrati 446 episodi di consumo di vertebrati, con una media di 6,34 eventi ogni 100 ore. Le prede cacciate sono composte prevalentemente da rettili, in particolare lucertole e talvolta serpenti o iguane, e da piccoli mammiferi come i roditori, pur non mancando nel loro regime alimentare anche uccelli, pipistrelli e opossum.

La caccia viene praticata prevalentemente dai maschi adulti e l'attività predatoria aumenta in modo significativo quando scarseggiano frutti e insetti. Questo dimostra che i piccoli vertebrati rappresentano una risorsa energetica strategica di sussistenza e non un semplice diversivo occasionale. Anche le modalità di consumo rivelano strategie ben precise: i cebi ingeriscono per primi i tessuti più ricchi di nutrienti, come il cervello e le visceri, che possono essere masticati rapidamente. Le parti muscolari, che richiedono una lavorazione più lunga, vengono consumate solo in un secondo momento. Questa rapida assimilazione calorica riduce il rischio che la preda venga sottratta da altri membri del gruppo.

Questi comportamenti forniscono preziosi indizi per ricostruire l'evoluzione della nostra specie. Prima che si affermasse lo human predatory pattern, caratterizzato dalla caccia sistematica di animali di taglia pari o superiore a quella del predatore, i primi ominini potrebbero aver fatto affidamento proprio sui piccoli vertebrati. Cacciare queste prede richiede meno energia, comporta rischi ridotti ed è tecnicamente più semplice rispetto alla caccia alla grossa selvaggina, garantendo un apporto nutrizionale costante nei periodi di scarsità. Gli autori suggeriscono quindi di riesaminare con maggiore attenzione i reperti faunistici fossili, confermando l'importanza dei monitoraggi di lungo periodo sui primati per comprendere le antiche strategie di sopravvivenza umane.

Vota questo articolo
(0 Voti)