Alle 5.42 dell’8 ottobre 2026 la rete dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia registra una scossa di magnitudo locale 4,7 nel Tirreno meridionale, a nord delle Eolie. L’epicentro è in mare. L’ipocentro sta a 372 chilometri di profondità. In pianta il punto dista una quarantina di chilometri dalla cima del Marsili, il vulcano sottomarino più grande d’Europa.
A quella profondità non c’è il vulcano. C’è la placca ionica, che scende sotto il Tirreno. Le tomografie sismiche la mostrano come un corpo spesso circa 250 chilometri, inclinato di 70 gradi verso nord-ovest, che arriva oltre i 400 chilometri. I terremoti profondi del Tirreno nascono dentro questa lastra. Sono il segno che la placca si muove, e il motore lontano dei vulcani della zona. La placca che affonda libera fluidi che a loro volta fanno fondere il mantello sopra di lei e il magma sale.
Una scossa così profonda arriva in superficie smorzata e distribuita su un’area larga. Non è il segnale di un risveglio. Un vulcano che si muove fa tremare la crosta sotto di sé, a pochi chilometri, con scosse piccole e fitte.
Il Marsili lo fa. Nel luglio 2006 un sismometro dell’INGV con idrofono è stato posato sulla cima piatta del vulcano, a 790 metri di profondità, ed è rimasto sul fondo nove giorni. Antonino D’Alessandro e colleghi hanno contato più di mille segnali. Solo 19 erano terremoti tettonici e di questi uno veniva da Giava. Gli altri erano del vulcano. Ottocentodiciassette erano scosse vulcano-tettoniche piccole, in sciami, quasi tutte nei primi sette giorni. Negli ultimi due il sismometro ha registrato un tremore continuo e lampi di tremore ad alta frequenza, simili a quelli di acqua che bolle in fessure riscaldate dal magma. Gli autori ne deducono un’attività idrotermale e vulcanica intensa. Lo strumento era stato finanziato da un accordo fra la Protezione civile e l’INGV, dentro un programma di esplorazione geotermica promosso da una società privata, la PRAMA.
Il Marsili è lungo una sessantina di chilometri e largo una ventina. Si alza per più di 3.000 metri dal fondo del suo bacino, profondo 3.500, e la cima sta a circa 500 metri sotto il livello del mare. È cresciuto quasi tutto nell’ultimo milione di anni. Non è spento. Una carota di sedimento prelevata nel 2010 a 943 metri di profondità, sul fianco della cima, contiene le ceneri di almeno quattro eruzioni esplosive avvenute fra 7.200 e 2.100 anni fa. Lo ha mostrato il gruppo di Giuseppe Ventura dell’INGV e del CNR nel 2015. Sotto, il magma sta a più livelli. Uno studio dell’Università di Parma del 2024 colloca i basalti al confine fra crosta e mantello, alla base di una crosta oceanica spessa 10-12 chilometri, e serbatoi più piccoli e più superficiali sotto la cresta. Sulla cima escono acque calde e i fluidi alterano la roccia.
Qui sta il rischio. La cresta del Marsili è stretta, i fianchi in alto superano i 30 gradi di pendenza e le rocce della cima sono indebolite dall’attività idrotermale. Glauco Gallotti, Stefano Tinti e colleghi dell’Università di Bologna e dell’Istituto di Scienze Marine del CNR hanno simulato nel 2021 cinque frane sui fianchi. Le cause possibili, scrivono, sono le eruzioni, eventualmente insieme a un’attività sismica.
La profondità decide tutto. Una frana di 2,8 chilometri cubi che parte fra 2.400 e 3.200 metri porta sulle coste pochi centimetri d’acqua. Una di volume simile, 2,7 chilometri cubi, che parte da 800 metri, dà onde di 3-4 metri nella Campania meridionale e di 2-3 metri in Calabria e in Sicilia. Il caso peggiore è un crollo di 17,6 chilometri cubi fra la cima e il fianco orientale. Darebbe almeno 5 metri fra Campania, Basilicata e Calabria, oltre 20 in Basilicata, da 5 a 10 in Sicilia, da 2 a 4 in Sardegna. Le Eolie verrebbero raggiunte in circa dieci minuti, la Calabria e la Sicilia in venti, la Sardegna in tre quarti d’ora.
Gli autori mettono tre avvertenze. Il caso peggiore non è una stima di pericolosità, ma un esempio di che cosa può fare un grande collasso. Non esiste una frequenza, perché i dati non bastano per un calcolo di probabilità. Le frane del passato si deducono dalla forma del rilievo e solo la più piccola ha lasciato depositi riconosciuti ai piedi del vulcano.
C’è un’ultima osservazione e riguarda la terra, non il mare. In Italia manca un sistema di allerta per gli tsunami generati da frane. La percezione del rischio sulle coste del Tirreno è bassa, scrivono gli autori e d’estate quelle coste sono estremamente popolate.
Le frane del Marsili si leggono nella forma del fondale. Nessuna ha ancora una data. La cima sta a cinquecento metri sotto il mare, con i fianchi ripidi e la roccia molle, e manda acqua calda.

Altezza massima dell’onda sulle coste più colpite in cinque simulazioni di frana sui fianchi del Marsili: per ogni caso, il volume della frana e la profondità del distacco. Le frane (a), (b) e (c) ricostruiscono eventi del passato dalla forma del fondale, la (d) e la (e) sono ipotetiche. La (e) è il caso peggiore e gli autori avvertono che non va letta come stima di pericolosità. Elaborazione di Scienzaonline su dati di Gallotti G. et al., Bulletin of Volcanology 2021, doi 10.1007/s00445-020-01425-0 (articolo con licenza CC BY 4.0). Grafico originale della redazione.
Bibliografia
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Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Terremoto Tirreno Meridionale [Mare], magnitudo ML 4.7, 8 ottobre 2026 ore 05:42:50, evento 47468602, terremoti.ingv.it.
*Board Member, SRSN (Roman Society of Natural Science)
Past Editor-in-Chief Italian Journal of Dermosurgery

