I "Darkspots" della biodiversità terrestre
Nonostante i ghiacciai e le calotte polari ricoprano circa il dieci per cento della superficie del pianeta, la vita che ospitano resta ancora un mistero. Proprio per questo motivo, gli autori della ricerca hanno definito gli ambienti glaciali come veri e propri "darkspots", ovvero punti d'ombra della biodiversità in cui si nascondono probabilmente moltissime specie non ancora catalogate o documentate.
Attraverso una revisione sistematica della letteratura scientifica basata sull’analisi di ben 2.695 articoli, il team di esperti ha censito almeno 152 specie animali legate a ghiacciai e calotte polari, appartenenti a 14 classi differenti. Tra i gruppi biologici più rappresentati figurano piccoli organismi come rotiferi, collemboli e tardigradi, noti per la loro straordinaria capacità di adattarsi a condizioni ambientali estreme. Il dato più significativo emerso dall'analisi riguarda però 73 specie segnalate esclusivamente negli habitat glaciali. Si tratta dei cosiddetti "glacier specialists", organismi che dipendono strettamente dalla presenza fisica del ghiaccio e che risultano quindi i più esposti al rischio in caso di una sua scomparsa.
Scenari drammatici entro il 2100: le Alpi in prima linea
Incrociando i dati sulla distribuzione attuale di questi animali con i diversi scenari futuri del ritiro dei ghiacci, i ricercatori hanno delineato un declino drastico. Le proiezioni indicano che entro il 2100, anche ipotizzando uno scenario di riscaldamento globale molto limitato, tre specie perderanno completamente il proprio habitat naturale, andando incontro all'estinzione. Si tratta dei collemboli Desoria calderonis e Vertagopus fradustaensis, e del tardigrado Adropion afroglacialis. Nello stesso arco di tempo, altre 12 specie subiranno un crollo del proprio habitat superiore al novanta per cento. A causa della rapidità con cui si stanno fondendo i ghiacci, l'arco alpino emerge come una delle aree geografiche mondiali in cui questa perdita biologica potrebbe manifestarsi in modo più rapido e accentuato.
Il coordinatore dello studio Andrea Simoncini, dottorando del Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università Statale di Milano, invita alla prudenza nel collegare direttamente la perdita di habitat al rischio immediato di estinzione, poiché si sa ancora troppo poco sulla capacità di queste specie di persistere nel tempo o di spostarsi verso altri ambienti. Tuttavia, lo scienziato sottolinea come proprio questa incertezza renda urgente l'inserimento della tutela degli ecosistemi glaciali tra le priorità globali di conservazione, in piena coerenza con gli obiettivi del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework adottato dalle Nazioni Unite per fermare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2030.
Le strategie per evitare il disastro e l'impegno internazionale
Per salvare questo patrimonio biologico unico servono strategie mirate e tempestive. Francesco Ficetola, docente di Zoologia presso il Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università Statale di Milano e autore della pubblicazione, evidenzia la necessità di istituire rapidamente nuove aree protette per limitare gli impatti umani legati a inquinamento, turismo e sfruttamento idroelettrico. Parallelamente, lo studioso propone il rafforzamento della ricerca tassonomica ed ecologica sul campo, insieme alla valutazione di interventi innovativi come la colonizzazione assistita o la creazione di apposite banche genetiche. In assenza di un rallentamento del riscaldamento globale e di investimenti mirati, una parte insostituibile della vita sul pianeta rischia di andare perduta per sempre.
Questo filone di ricerca si inserisce perfettamente all'interno delle sfide proposte per il "Decennio di Azioni per le Scienze Criosferiche (2025-2034)", proclamato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Mauro Gobbi del MUSE di Trento conclude ricordando che il museo sta offrendo il proprio contributo sia sul piano scientifico sia su quello della divulgazione. I risultati emersi da questo studio forniscono infatti informazioni fondamentali per rispondere alla crescente richiesta di monitoraggio biologico dei ghiacciai e risultano decisivi per lo sviluppo di modelli previsionali sulla futura distribuzione della biodiversità.

