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7 settembre 2015: in memoria di Suor Lucia Pulici trucidata con due consorelle saveriane in Burundi

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Esattamente un anno fa (il 7 settembre 2014) venivano trucidate in Burundi nel quartiere di Kamenge alla periferia della capitale Bujumbura presso la parrocchia della chiesa cattolica S. Guido Maria Conforti, Suor Lucia Pulici, di 75 anni, e Suor Olga Raschietti, di 83, missionarie saveriane in Africa da circa 50 anni (1).

Un funzionario di polizia del Burundi, che ha voluto mantenere l’anonimato, ha riferito sottolineando una brutalità particolare nel doppio omicidio: le due donne sono state sgozzate e colpite più volte alla testa con una pietra.

Suor Bernardetta Boggian, di 79 anni, la terza suora presente con le consorelle, verrà barbaramente uccisa all'alba del giorno successivo ad opera, si suppone, dello stesso assassino (2).

Costui infatti, secondo le prime ricostruzioni, dopo aver eliminato le prime due religiose la domenica pomeriggio, avrebbe rubato le chiavi dell’abitazione e il cellulare di una di esse, e sarebbe tornato nella notte per massacrare la terza, che è stata anche decapitata (3).

A tutt’oggi le cause di questo gesto inspiegabile restano sconosciute, come pure i mandanti.

 

Ora, sepolte nel cimitero saveriano di Bukavu (RDCongo), le tre religiose riposano in pace, in quella terra in cui desideravano rimanere per sempre.

Le religiose avevano ripetutamente chiesto alle loro autorità di poter tornare in Africa e quanto prima possibile, ogni volta che rientravano in sede e ciò, nonostante che la salute cagionevole e la fragilità dell'età ormai avanzata, le avessero costrette sempre più spesso a rimpatriare per curarsi e rimettersi in forze, e questo senza mai abbandonare la speranza di ritornare al servizio della "loro gente", come erano solite riferirsi alla terra di missione.

Fu proprio durante uno di questi rientri in Italia che si presentò per noi l'occasione di incontrare Suor Lucia Pulici, originaria di Desio (Monza), che proprio il 2 luglio prima di morire, aveva festeggiato i 50 anni di professione religiosa. Si trovava in Burundi dal 2008, dopo una lunga esperienza in Brasile prima, poi in RDCongo (4).

Con il nostro gruppo di ricerca (Working Group on FGM ) (fgmpadua.psy.unipd.it) eravamo interessate a intervistare una persona che avesse esperienza dei paesi africani che praticavano particolari manipolazioni espansive sui genitali femminili (*). Per questo motivo avevamo individuato Suor Lucia.

La ricordiamo il mattino del 17 giugno 2006, quando siamo andate a farle visita alla Casa madre delle Missionarie Saveriane di Parma. Era sorridente e felice di poterci raccontare la sua esperienza in Africa, anche se era frastornata dalla vita frenetica, che aveva trovato in Italia e ripeteva continuamente che l'unica cosa che desiderasse veramente era di ritornare tra la "sua gente". Nei suoi occhi brillava una luce particolare, di amore per quella terra e di speranza di poterla rivedere al più presto.

Attraverso un’approfondita intervista ci aveva fornito una testimonianza importante su una particolare cultura genitale femminile di allargamento del canale vaginale, espletata su neonate, di cui noi eravamo assolutamente all’oscuro. Ci aveva spiegato che la manipolazione, se non correttamente inquadrata culturalmente, poteva ingenerare equivoci di interpretazione su ragazze immigrate, visitate da professionisti italiani, che potevano attribuire la morfologia manipolata ad un atto di abuso sessuale. Così in effetti era avvenuto qualche anno prima a una bambina ghanese, visitata a Modena (5).

Concludendo, oggi ci è parso doveroso ricordarla, sia per il sacrificio umano testimoniato assieme alle consorelle, ma anche per il significato importante che la sua esperienza ha dato alla ricerca.

Riportiamo di seguito l'intera intervista, così come l'abbiamo raccolta, ricordando che una sintesi della stessa è stata pubblicata di recente in: Grassivaro Gallo P. & Catania L, 2015) (5)

Bibliografia:

(1) parma.repubblica.it, www.corriere.it , www.webdiocesi.chiesacattolica.it , www.avvenire.it , www.ilmessaggero.it, www.panorama.it ,www.leggo.it , www.ilpost.it/ 8 settembre 2014, www.ilgiornale.it - 9 settembre 2014

(2) www.padovaoggi.it, www.diocesipadova.it - 8 settembre 2014; www.corriere.it - 9 settembre 2014

(3) Corriere della sera, esteri-Milano - 9 novembre 2014

(4) www.corriere.it , biblioinrete, www.leggo.it, www.oggi.it, Giornale del Popolo, www.sapere.it - 8 settembre 2015.

(5) Grassivaro Gallo P. & Catania L. Modificazioni genitali espansive tra eredità e ambiente. Africa: passaggi di età attraverso il rito, pp. : 213-215, Altravista Ed., Pavia, 2015.

 

(*) Con l'espressione di "Modificazioni Genitali Femminili (MoGF)" (6) si intendono tutti gli interventi sui genitali femminili esterni, che includono sia le forme Riduttive (riguardanti la parziale/totale rimozione e/o lesioni dei genitali), come escissione, infibulazione, clitoridectomia, etc., che altri interventi Estensivi (comunque deformanti) come l'allungamento rituale delle labia minora - genital stretching, per i ricercatori anglofoni, i ipertrofia labiale, per gli ostetrici/ginecologi), espletati per motivi di tipo culturale, estetico, religioso o comunque non strettamente terapeutico.

 

INTERVISTA A SUOR LUCIA PULICI

Parma, 17.06.06

Intervistatrici: P. Grassivaro Gallo, A Bertoletti, I.Zanotti, Nancy Tshiala

Suor Lucia si diploma come ostetrica nel 1967 all’ Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, nel 1969 frequenta il Corso di Leprologia a Fontilles (Spagna) in preparazione alla missione del Brasile nord (Amazzonia) (dove rimane dal 1970 al 1979); nel 1982 si trasferisce in Belgio, ad Anversa, per conseguire la specializzazione in “Malattie Tropicali”.

Dopo diverse esperienze di missione in luoghi indicati dalle responsabili della congregazione religiosa cui afferisce, viene inviata in Africa, nello Zaire (ora RDCongo -RDC), dove ha lavorato per 23 anni, spostandosi da un presidio sanitario all’altro, sempre però entro i confini della regione sud-orientale del Kivu, in piccoli villaggi e in centri abitati fino a quelli più interni ed isolati nella foresta, tra le tribù dei Bashi, dei Bavira, dei Babembe. Di quest’ultimi ricorda la particolare vivacità intellettiva; nonostante vivano isolati all’interno della foresta, e come siano capaci di notevoli spostamenti, che implicano un grande adattamento all'ambiente. Conosce anche i Balega, i Bafulero. Si tratta complessivamente di popolazioni dedite all’agricoltura integrata con la cura di bestiame minore (ovi-caprini), finalizzata più che al sostentamento familiare, al suo utilizzo come bene di scambio per sposare le figlie (bride price).

Negli ultimi quattro anni è rimasta prima tra i Bafulero a Luvungi, nella regione di Uvira, sul lago Tanganica, nel Sud-Kivu, poi tra i Bashi, a Mbobero, nelle vicinanze di Bukavu, sul lago Kivu, sempre nel Sud-Kivu. Qui le Missionarie saveriane operano da molti anni, a stretto contatto con la popolazione femminile.

Venendo al focus dell’intervista, Suor Lucia dichiara di non avere mai conosciuto nel Sud-Kivu nel corso della sua professione la manipolazione espansiva delle piccole labbra (oggetto della nostra indagine). Frequentemente, ha osservato invece un’altra forma di modificazione espansiva (di cui però non conosce il nome locale); si tratta dell’” allargamento del canale vaginale”, attuata in bambine anche molto piccole.

Il suo resoconto è inserito nella sua esperienza di ostetrica responsabile di un reparto di maternità, ad Uvira (Uvira città dal 1983 al 1991, poi a Nakiliza, nella regione di Uvira dal 1991 al 1996)), in cui assisteva 350/380 parti al mese; oltre a ciò visitava adolescenti e anche bambine, accompagnate dalle madri; la visita ginecologica aveva lo scopo di accertare lo stato di verginità delle figlie (poiché tradizionalmente le ragazze devono arrivare vergini al matrimonio) e di constatare se erano state oggetto di abuso sessuale (nel qual caso il partner indiziato veniva costretto a sposarle).

La visita alle bambine avveniva su richiesta delle madri; mentre quella alle adolescenti si espletava solo dietro loro consenso. Prima veniva fatto un colloquio preliminare dove si cercava di rassicurarle che sarebbe stato mantenuto il massimo riserbo sulle informazioni emerse, e quindi se acconsentivano, venivano successivamente sottoposte ad ispezione genitale.

Ricorda in particolare alcuni casi, in cui durante l’indagine specialistica ebbe modo di constatare a livello genitale alcune morfologie apparentemente ambigue; sembrava che le ragazze avessero avuto dei rapporti sessuali, però non si constatavano né indizi dovuti a una vera e propria penetrazione maschile, né tanto meno attribuibili a violenza di qualsiasi altra natura sui genitali. Invitate allora le pazienti ad esprimersi con sincerità, confessavano che la manipolazione era stata eseguita dalla shangazi, detta anche. “mamma mama mkubwa”: individuata tradizionalmente come la sorella maggiore del padre, cioè la donna più anziana della famiglia paterna. Essa possiede e amministra tradizionalmente un potere assoluto, di vita e di morte, sui figli dei fratelli, sia maschi che femmine; è l’unica e indiscussa responsabile dell’educazione della prole; possiede la completa autorità decisionale sui figli dei fratelli; essa può scegliere e decidere per loro, e di loro si occuperà fino al momento del matrimonio ed oltre.

Compito della shangazi è quindi quello di occuparsi della crescita e maturazione psico-sociale e sessuale dei nipoti; nel caso specifico per le bambine, quello di accompagnarle fino al matrimonio, continuando ad esercitare la propria autorità sulle stesse anche dopo; infatti la giovane sposa è stata pagata con la dote del neo marito e quindi deve produrre, lavorare, contribuire significativamente all’economia domestica. Tutto ciò che la sposa produce è a vantaggio della famiglia, che l’ha accolta.

La shangazi deve quindi formare la fanciulla e controllare che si comporti come ci si aspetta che una brava moglie faccia, rispondendo in maniera adeguata ai compiti che le spettano. Le insegna ad occuparsi del marito, ad essergli obbediente, sottomessa ma soprattutto deve fare figli.

Non dimentichiamo che in Africa una donna che non ha figli non vale nulla; mentre l’uomo afferma e realizza la propria potenza virile e sociale nella paternità. La donna può anche morire nel parto; un’altra moglie che la sostituisca, si trova facilmente. Per la donna africana in genere è dunque fondamentale procreare, avere possibilmente tanti figli, e questo condiziona fin da subito la sua educazione e le sue scelte, dovunque si trovi: sia in ambiente rurale che in quello urbano, e farà di tutto pur di non disattendere questo primo e più importante impegno.

Ecco come la fertilità diventa il motore di vita, che suggerisce ogni comportamento prima di tutto sui genitali femminili, con l’obiettivo di aumentare la capacità riproduttiva: della futura donna. Per aiutarsi a favorire una gravidanza le ragazze utilizzano tutti i mezzi a disposizione; è frequente ad esempio l’utilizzo di erbe, introdotte nei genitali per periodi prolungati, anche per mesi, e che spesso (causando infezioni alle strutture, come le endometriti), conducono al risultato opposto a quello sperato, portando addirittura alla sterilità o, ancora peggio, riuscendo fatali per la vita stessa della donna.

Sempre nell’ottica di favorire la fertilità, si inquadrano a questo punto tutte quelle pratiche e modalità comportamentali, adottate per migliorare e rendere produttiva la vita sessuale, viene ivi compresa una manipolazione genitale rituale di tipo espansivo, di cui abbiamo parlato poco fa: l'ampliamento del canale vaginale.

Si tratta di una modalità diversa dall'allungamento delle piccole labbra, oggetto della nostra indagine. Una manipolazione finalizzata a favorire il mantenimento dell’elasticità della membrana dell’imene e il concomitante e progressivo allargamento del condotto vaginale. Ciò allo scopo di facilitare e rendere meno dolorosa la prima penetrazione da parte del futuro partner e quindi anche il parto. Compete alla shangazi verificare l’elasticità della membrana al momento della nascita della neonata e se necessario procedere subito, in maniera graduale e costante alla manipolazione della regione, per evitare che con l’accrescimento, quando la membrana si è indurita, ispessita, occorra l’intervento di un medico per procedere alla perforazione.

La shangazi può continuare ad impartire la pratica rituale alla nipote nella propria casa, portandola con sé per es. durante le vacanze scolastiche o altrove; tutto viene fatto in assoluta riservatezza e spesso neanche il padre ne è a conoscenza.

Nello specifico la pratica consiste, nell’inserimento di un dito all’ingresso della vagina da parte della shangazi, nel muoverlo in modo rotatorio allargando via via l’angusta entrata vaginale. L’operatrice agisce delicatamente sulla membrana elastica dell’imene, in modo da forzarne l’apertura senza causarne rottura. E’ proprio questo allargamento vaginale della bambina/adolescente che a prima vista all’ispezione di un professionista occidentale, può far pensare che la paziente sia stata vittima di un abuso; mentre un esame più attento espletato da una persona esperta non rileva concomitanti segni di rottura e/o sanguinamento, normalmente provocati da una forzata penetrazione maschile.

Suor Lucia ricorda il caso di una bambina di 5 anni con la regione vaginale arrossata e sanguinate, portatale dalla madre che sospettava una violenza. Facendo la visita si accorse subito che non si trattava di abuso poiché non c’erano segni di perforazione e rottura dell’imene, ma si percepiva solo l’allargamento di quest’ultimo; era piuttosto il risultato di un’azione intenzionale espletata da una persona esperta. Interrogando la madre, allora, si è scoperto che la bambina era stata oggetto di manipolazione da parte della shangazi.

Tale pratica è maggiormente diffusa tra le tribù insediate nella brousse, tra quelle in cui maggiore è il livello di arretratezza; dove, in assenza di dispensari, controlli sanitari qualificati e di persone anche minimamente istruite, l’assistenza sanitaria è ancora in mano a “curatori locali” che attuano nei sistemi tradizionali anche l’uso di erbe, succhi e miscele vegetali di vario genere.  La presenza di queste pratiche tende a scomparire invece in ambiente urbano, dove le donne si ribellano a certi usi e costumi adottati nei villaggi.

Sempre per concludere sulla manipolazione genitale, or ora descritta, essa può aumentare l'autorità e la considerazione della shangazi laddove non esistono operatrici tradizionali, istruite che sanno educare la ragazza, di cui sono responsabili solo attraverso metodologie più attuali (istruzione, letture, ecc...).

Non si sottovaluti ancora il fatto che la manipolazione genitale si configura per la shangazi come una modalità che “serve” a mettere in moto un’attività ormonale dell’anziana che ne trae in qualche modo vigore sessuale. Così anche nei bambini le shangazi cominciano a stimolarne la sessualità fin da piccolissimi; giocando con il loro pene (questo viene attuato prima dei 10 anni; oltre non possono continuare poiché il bambino comincia a capire ciò che gli sta accadendo); agiscono in questo modo principalmente per autostimolarsi mentre il bambino troppo piccolo, non si accorge praticamente di nulla.

 

 


Le foto dell'attività in missione di Suor Lucia ci sono state consegnate dalle consorelle salesiane di Parma, che ringraziamo per la collaborazione.

 

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